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Da La Stampa del 08/02/2002

UN MISTERO ANCORA INSOLUTO DIETRO LE INDAGINI DEL PM FERRANDO 
La campagna personale del manager pubblico 
Prima le tangenti, poi le 1600 adesioni al partito «comprate» da Odasso 

E´ il 28 di gennaio, un lunedì, quando Luigi Odasso ammette di fronte al pubblico ministero Giuseppe Ferrando e al gip Fabrizia Pironti che per due anni, nel 1999 e nel 2000, ha comprato 800 tessere per una spesa complessiva di 160 milioni di lire, pagata in gran parte con i soldi delle tangenti finite nella «cassa comune». Un pomeriggio lunghissimo, che passerà alla cronaca dello scandalo per la storia degli orologi, dei samovar, dei calamai d´epoca che il manager delle Molinette ammette di aver donato un po´ a tutti, dal presidente della giunta regionale ad alcuni ministri in carica. Perché lo ha fatto? La verità di Odasso è semplice. Regali e tessere servivano più o meno allo stesso scopo: contare di più nel partito, accreditarsi presso i potenti di turno, infine arrivare al vero obiettivo di una vita trascorsa a lavorare duro, sempre tra gli ultimi a lasciare l´ufficio: fare il ministro, o almeno il sottosegretario. Naturalmente alla Sanità. 
Come venivano scelti i potenziali iscritti? Odasso sollecitava amici e conoscenti? Godeva di una vasta clientela personale? No, almeno secondo l´interessato e i suoi legali: lui pagava i bollettini, trovare i nomi degli iscritti era compito di altri, di un ragazzo di cui adesso, davanti ai giudici, nemmeno ricorda il nome. 
In un primo tempo l´affare delle tessere passa quasi in secondo piano. La polemica politica esplode sui regali, chiama direttamente in causa il numero uno dei presidenti delle Regioni italiane. Enzo Ghigo tace per giorni, poi attacca in Consiglio, parla dei suoi orologi, conclude: «Non accetto lezioni di onestà. Sono un collezionista e per me questi oggetti hanno un valore che va al di là del prezzo». Cioè dei 14 milioni di un Vacheron e dei 9 milioni e mezzo, in lire si capisce, del Luminor. Sulle tessere glissa, si limita a spiegare che Odasso era stato scelto per i meriti acquisiti in carriera e non perchè iscritto al partito di Berlusconi. 
Ma di tessere, prima o poi, si sarebbe dovuto riparlare. L´occasione arriva a «Sciuscià». Si confrontano Roberto Rosso e Rosi Bindi, Giovanardi e Di Pietro. Rosso sorride e spiega: «Quelle adesioni rappresentano il tre per cento degli iscritti del Piemonte. La verità e che Odasso non le ha sottoscritte come socio presentatore. In questo momento non poss
o sapere nemmeno chi è stato a firmarle». Di Pietro replica: «Se quello che dice il coordinatore azzurro è vero, e io non ho motivo di dubitare, vuol dire che dietro quelle tessere c´è un padrino che deve essere scoperto. Chi é?». 
Già, chi è? Santoro lo domanda in diretta. La risposta di Rosso è pronta: «Tutti sanno che Odasso non era dalla mia parte». L´ex manager, nello scontro interno tra le componenti azzurre si era schierato a fianco del presidente della giunta regionale, Enzo Ghigo, e dell´assessore Angelo Burzi, guarda caso proprio contro l´uomo che avrebbe rappresentato il partito nello scontro per la poltrona di sindaco. Ancora il conduttore: «Quelle tessere sono di Ghigo?». Rosso: «Odasso non le ha sottoscritte di persona. Probabilmente voleva qualche benemerenza politica. Tra l´altro non ha mai fatto richiesta per una candidatura». 
Tutto finito? No. Tra i tanti spettatori c´è un infermiere della Cgil. Ascolta, ricorda, cerca tra le sue cose una tessera nemmeno vecchia, ma quasi dimenticata. Il resto è cronaca delle ultime ore.