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Da La Stampa del 14/02/2002

IL CASO DELLE ADESIONI FANTASMA «AZZURRE» EVOCA I SISTEMI IN USO DURANTE LA PRIMA REPUBBLICA 
Nei partiti è antica l´arte dei «signori delle tessere» 
In una sezione democristiana tra i «soci» anche i signori Armadio e Sedia Scalfaro propose di dedicare il giorno dei defunti alla festa degli iscritti 

I democristiani almeno stavano zitti. Nel senso che mai un Gava, per dire, o un Gaspari, un Lattanzio, un Misasi, un Prandini o uno Sbardella si sarebbero nemmeno sognati di convocare una conferenza stampa per ribadire, come ieri Forza Italia, l´«assoluta trasparenza» - figurarsi - o l´«assoluta correttezza» del tesseramento. Mai. Non a caso li chiamavano: «i signori delle tessere»; e in quell´appellativo si rifletteva una sorta di rassegnata ammirazione per un´arte che non aveva neanche bisogno di essere spiegata, tanto era immaginabile nel suo dispiego di quattrini e abilità mistificatoria. Insomma: le tessere c´erano, ma non c´erano; e costavano anche, ma non s´è mai bene capito a chi. O meglio: si è capito poi che in un certo senso costavano a tutti, alla collettività. Per cui, quando sono spuntate le 800 tessere di Odasso - quelle che prima di Tangentopoli si sarebbero definite «un pacchetto» - è parso che scorresse di nuovo sugli schermi il classico film già visto. Oltretutto i «pacchetti» esistevano sul serio, con tanto di elastico, custoditi nei tristi schedari d´alluminio dei centri-studi. Decretavano con una certa precisione il peso specifico delle varie componenti, sottocomponenti e singoli boss. Gli iscritti veri, i cittadini per così dire attivi in politica erano alla fine un´esigua minoranza. Molti accettavano che gli si pagasse la quota d´iscrizione, e buonanotte. Molti altri (i familiari, ad esempio) nemmeno lo sapevano. Alcuni non erano più di questo mondo. False o vere che fossero, in pratica le tessere servivano solo ai «signori delle tessere» come strumento per regolare controversie e rivalità. Come poi, in tempi di obiettivo estraniamento dalla politica, Forza Italia abbia potuto rovesciare questo modello, e costituirsi in forza a sostegno della democrazia partecipata, è un mistero che una conferenza stampa non basta francamente a spiegare. Se poi, riguardo al presunto «pacchetto», il coordinatore nazionale Antonione aggiunge che «convincere» 800 persone a iscriversi «fa parte della libera volontà di partecipazione dei cittadini», beh: nella Prima Repubblica questo potere di persuasione raggiunse livelli sublimi. Già nel 1965, per intendersi, all´assemblea di Sorrento, Oscar Luigi Scalfaro propose di dedicare il 2 novembre, giorno dei morti, alla festa del tesseramento. L´uso dei defunti, però, oltre che irriguardoso, richiamava un eccesso di attenzione, specie nei sopravvissuti militanti in altri partiti. Così, come base di cernita, Flaminio Piccoli indicò «elenchi di caseggiati e indirizzi telefonici». Anni dopo, in una sezione particolarmente metafisica, si scoprì che erano stati tesserati un certo signor «Tavolo», un altro signor «Armadio» e anche una signora «Sedia». I rapporti di forza si regolavano nei congressi con l´aiuto della matematica (numero chiuso, percentuali, quozienti) e all´insegna di un gergo finanziario-congiunturale che prevedeva assetti societari, stock, boom, inflazione. Per la cronaca: a metà degli anni Settanta, allorché l´indimenticato ministro Adolfo Sarti arrivò a calcolare «falso» il 50 per cento delle adesioni, i giovani dc tennero un congresso (unitario) dentro una Mercedes. Era un caso estremo. Altri casi estremi avvenivano nel Psi pre-Craxi e tra i socialdemocratici Però, grosso modo, chi aveva più soldi, comprava più tessere e aveva più peso all´interno del partito. Alla fine degli anni Ottanta l´onorevole Pino Pisicchio, che per questo genere di cose ha sempre avuto un certo spiritaccio, s´inventò un gioco da tavolo, una specie di Monopoli del tesseramento, da cui risultava che con 20 miliardi ci si poteva comprare lo scudo crociato. Guarda caso, ieri Antonione si è sentito in dovere di assicurare: «Nessuno può comprarci». Fare tessere finte in Forza Italia, ha spiegato, non si può; e anche se si potesse non servirebbe a nulla. Per essere più convincente ha in qualche modo rivendicato l´autocrazia berlusconiana. Lo stesso ha fatto Cavaliere, anche ammettendo che il partito «si cucca» l´iscrizione. Ma oltre che a Torino ci sono impicci a Treviso e a Mantova (e provincia). Nella città dei Gonzaga un esponente del Ppi s´è allarmato ricevendo una e-mail che dava per scontata la sua iscrizione a Fi. Al che, per ottenere chiarimenti, si è recato nel comitato azzurro: ma con i giornalisti della Gazzetta di Mantova e di Telearena al seguito. La e-mail era misteriosamente rimbalzata dall´Australia: come se l´antico vizio tesserativo viaggiasse ormai su una dimensione immateriale, tecnologica e globale. Si è parlato anche, a Castiglione delle Stiviere, di possibili iscritti cinesi: «Folza Italia». Il particolare non è confermato, ma già trent´anni orsono l´onorevole Gian Aldo Arnaud a Torino denunciò tessere improprie agli immigrati dal Sud. Solo che questi ultimi erano italiani.